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Il conferimento con la successiva cessione quote non è riqualificabile in cessione d’azienda

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Il conferimento di ramo di azienda e la successiva vendita delle partecipazioni non concorrono “alla formazione progressiva di un’unica fattispecie identificabile attraverso un determinato effetto giuridico” corrispondente a quello della cessione del ramo d’azienda.

Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2054 del 27.01.2017.

Il caso

Nel 2005 una SpA conferiva due distinti rami di azienda in due new-co cedendone successivamente le quote. L’Agenzia delle Entrate riqualificava gli atti come due distinte cessioni d’azienda, liquidando una maggiore imposta di registro.

In sintesi, l’Amministrazione finanziaria aveva ricondotto la pluralità degli atti, ovvero il conferimento d’azienda e la successiva cessione di quote in cessione di ramo d’azienda, ai sensi dell’articolo 20 D.P.R. 131/1986, tassandone l’effetto finale.

La differenza tra i due tipi di atti è sostanziale, in quanto mentre il conferimento e la cessione delle quote sono soggetti all’imposta di registro in misura fissa, la cessione di ramo d’azienda è soggetta all’imposta di registro proporzionale.

Le contestazioni del contribuente

L’articolo 20 D.P.R. 131/1986, secondo unanime giurisprudenza e dottrina, consente esclusivamente di applicare l’imposta di registro in relazione allo schema giuridico che l’atto è idoneo a produrre, indipendentemente dalla denominazione indicata dalle parti. Trascende invece dall’ambito di applicazione del citato articolo 20 la possibilità di tassare l’atto ai fini dell’imposta di registro travalicando lo schema negoziale nel quale risulta inquadrabile, individuando un diverso “effetto economico”.

È quindi preclusa all’Amministrazione la possibilità di richiamare un “effetto giuridico unitario” dell’operazione.

Le motivazioni della Corte

La Corte soffermandosi preliminarmente sulla portata giuridica dell’articolo 20 D.P.R. 131/1986, ha escluso, nel caso di specie, l’applicazione del richiamato articolo, sostenendo che, se da un lato l’Amministrazione non è tenuta ad accogliere acriticamente la “forma apparente” di un atto, dall’altro la stessa non può “travalicare lo schema negoziale tipico nel quale l’atto risulta inquadrabile”.

Non può quindi, l’Agenzia delle Entrate, riliquidare l’imposta di registro richiamando un presunto diverso effetto economico dell’atto, accomunando negozi tipici diversi per gli effetti giuridici che si intendono realizzare.

Conclusioni

La pronuncia appare particolarmente rilevante, soprattutto per il fatto che, nell’ambito della disciplina sull’abuso del diritto, è a carico dell’Amministrazione finanziaria la prova del disegno elusivo, che non può limitarsi ad un collegamento funzionale tra due diversi atti, per il fatto che conducano al medesimo risultato, pur se intrinsecamente diversi.

Anche  il Consiglio Nazionale del Notariato con lo Studio n. 170-2011/T ha escluso la configurabilità dell’abuso del diritto, a questo tipo di atti, in quanto seppur da un punto di vista economico, il risultato è il medesimo (in quanto, in entrambi i casi, si monetizza il complesso dei beni aziendali), dal punto di vista giuridico gli effetti sono completamente diversi.

Diversa è la posizione di chi acquisisce una partecipazione da chi acquisisce l’azienda. E ciò in primo luogo dal punto di vista contabile e fiscale: si pensi, ad esempio, al differente regime in tema di iscrizione in bilancio e di determinazione e tassazione di plusvalenze e minusvalenze.

Diversi gli effetti negoziali e dunque le ragioni che possono aver determinato le parti a scegliere un tipo invece di un altro (regime in tema di concorrenza, responsabilità derivanti dalla precedente gestione aziendale, responsabilità di natura fiscale).

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