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Il giudice ha il dovere di pronunciarsi sul quantum della pretesa tributaria

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Nel caso di impugnazione di un avviso di accertamento, qualora il giudice tributario lo ritenga invalido per motivi di carattere sostanziale, egli non può limitarsi all’annullamento dell’atto impositivo ma, esaminata nel merito la pretesa tributaria, deve operare una sua valutazione, nei limiti posti dalla domanda del ricorrente, e determinare le imposte e sanzioni dovute nella corretta misura.

Lo afferma la Cassazione con la sentenza n.13296 del 28/06/2016, nell’accogliere parzialmente il ricorso – molto articolato – del contribuente contro la sentenza n. 17/2008 della Ctr Lazio.

Il contribuente si doleva tra le altre che nel medesimo atto non erano esplicitati i motivi dell’urgenza, giacché l’accertamento era stato emesso prima dei sessanta giorni.
La Suprema corte ricorda che non è necessaria l’esternazione dei motivi d’urgenza nell’atto impositivo, mentre “in presenza di contestazione da parte del contribuente, è onere dell’Ufficio allegare e provare la sussistenza in concreto delle ragioni dell’urgenza, in particolare che «l’inosservanza del termine dilatorio non sia dovuta a inerzia o negligenza, ma ad altre circostanze che abbiano ritardato incolpevolmente l’accertamento ovvero abbiano reso difficoltoso con il passare del tempo il pagamento del tributo e necessario procedere senza il rispetto del termine» (Cass. n. 24316/14 citata), come si verifica nell’ipotesi in cui il contribuente versi in grave stato di insolvenza (Cass. n. 9424 del 2014).

Deve, quindi, ritenersi ampiamente giustificata l’emissione ante tempus dell’avviso di accertamento nel caso, esaminato, di società contribuente sottoposta a procedura fallimentare, discendendo l’urgenza dalla necessità dell’Erario di procurarsi tempestivamente il titolo (rappresentato dal predetto atto impositivo) utile per insinuarsi, peraltro già tardivamente (ai sensi della legge n. 267 del 1942, art. 101), nel passivo fallimentare, non potendosi condividere il giudizio di prognosi postuma formulato dalla ricorrente sulla base delle tempistiche della procedura liquidatoria successive all’emissione dell’atto impositivo”.

Ha trovavo invece accoglimento un diverso motivo proposto dal ricorrente, per il quale egli si doleva che il giudice dell’appello avesse rimesso all’Ufficio – una volta emerso l’errore in cui era incorso (inclusione dell’Iva nei maggiori ricavi accertati e mancato abbattimento percentuale dei maggiori costi presumibili, correlati ai maggiori ricavi presunti) – il compito di rideterminare le imposte e sanzioni effettivamente dovute. Secondo i giudici di legittimità la Ctr è venuta meno all’obbligo di accertare e determinare l’ammontare dell’imposta e delle sanzioni dovute dalla contribuente, «che è oggetto dei poteri del giudice tributario oltre che suo preciso dovere istituzionale (cfr. Cass. Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 26157 del 2013)». Ne consegue che il giudice di merito non doveva limitarsi al parziale accoglimento dell’appello proposto dal contribuente, ma avrebbe dovuto pronunciarsi sul quantum della pretesa tributaria, con la determinazione dell’ammontare effettivo delle imposte e delle sanzioni dovute.

Fonte: ilsole24ore

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