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Illegittimo l’accertamento di maggiori ricavi fondato sul “tazzinometro”

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Illegittimo l’accertamento di maggiori ricavi fondato sulla quantità desunta da fatti noti e non provati.

Il fatto

Una contribuente, esercente attività di “tabacchi, ricevitoria, bar e servizi simili” si opponeva ad avviso di accertamento con il quale l’Agenzia delle Entrate di Enna, a seguito di controllo “a tavolino”, ne chiedeva l’annullamento, lamentando l’illegittimità dell’avviso di accertamento per errata rettifica dei ricavi, perché fondata su doppia presunzione circa la quantità equa e perequata di caffè di grammi 7-8 erroneamente ritenuta sufficiente, quale fatto notorio, anzichè quella in realtà utilizzata di grammi 9 a tazzina venduta, oltre che sulla percentuale di ricarico del 90% sul costo del venduto, errata perché ricavata con media semplice e non ponderata in violazione degli articoli 39 c. 1 dpr 600/73 e 54 dpr 633/72, in elusione dell’onere probatorio richiesto dall’art.2697 c.c..

La commissione tributaria provinciale di Enna, sentenza n. 8/2019 depositata il 14/01/2019, ha accolto il ricorso sulla base delle seguenti:

Motivazioni

Si palesa illegittimo l’accertamento di maggiori ricavi fondato sulla quantità, grammata 7-8 gr di miscela caffè, mediamente necessaria per la produzione, erroneamente ritenuta equa e perequata, di una tazzina di caffè posta alla vendita.

Orbene, la quantificazione di essa derivante dalla comune esperienza, deve postulare il dovuto riscontro in dati certi, non essendo, di per sé, bastevolmente congrua a fondare la rettifica. Sovviene in tal senso la sentenza n. 10204/2016 della Sezione tributaria della Corte di Cassazione, che ha enucleato il principio secondo cui il ricorso alle nozioni di comune esperienza (fatto notorio ex art. 115 cpc), comportando una deroga al principio dispositivo ed al contraddittorio, va inteso in senso rigoroso: il fatto noto, da cui si parte, deve avere un grado di certezza tale da apparire indubitabile ed incontestabile. Nel caso di specie, l’Ufficio ha calcolato i maggiori introiti derivanti dalla vendita di caffè, utilizzando, quale riferimento, disposizioni interne focalizzate su metodologie di controllo per bar, tipo Ateco 2007 ed altri elementi tratti da siti internet.

L’uso dei fatti notori va circoscritto solo a situazioni limitate e non possono rientrarvi elementi valutativi come la dose di caffè per una tazzina o la percentuale di ricarico.

Non si possono reputare tra i fatti noti o di comune esperienza, da intendere come quella di un individuo medio in un dato tempo e in un dato luogo, quegli elementi valutativi che implicano cognizioni particolari o anche soltanto la pratica di determinate situazioni.

In pratica il cittadino comune non sa che per una tazza di caffè ci vogliono 7 o 8 grammi di miscela, si palesa, pertanto, insufficiente l’uso del “tazzinometro”, perché non tutti possono sapere quanti grammi servono per un caffè; il quantitativo di caffè necessario per servire la tipica tazzina da bar, così come il ricarico medio applicato da quest’ultimo sui prodotti rivenduti, non costituiscono un fatto notorio e, pertanto, l’Amministrazione non può basarsi su di essi per la ricostruzione induttiva dei ricavi, essendo verosimilmente possibili fattori distorsivi, quali l’uso dei caffè utilizzati nella pasticceria annessa al bar o il cattivo funzionamento della macchina che a volte esige dosaggi diversi, etc.

In tali fattispecie risulterebbe di pieno supporto all’azione di finanza l’espletamento verbalizzato di contraddittorio endoprodromico all’adozione dell’atto di accertamento, talchè le parti possano utilmente concorrere alla chiarificazione della fattispecie proposta.

Ciò posto, in ossequio al suesposto principio della Corte di Cassazione, il ricorso si palesa meritevole di accoglimento.

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