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Imposta di registro da applicare in base agli effetti giuridici degli atti presentati alla registrazione

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La modifica apportata recentemente dal legislatore dell’articolo 20 del Testo unico del registro (Tur), seppur non esplicitamente rubricata quale norma interpretativa, è stata introdotta per dirimere i dubbi interpretativi in merito alla sua portata applicativa, resasi necessaria in seguito agli evidenti contrasti giurisprudenziali.

Il dettato normativo deve essere applicato allo scopo di individuare la tassazione da riservare al singolo atto presentato alla registrazione, prescindendo da elementi interpretativi esterni allo stesso, dalle disposizioni contenute in altri negozi giuridici “collegati” con quello da registrare o dagli interessi oggettivamente e concretamente perseguiti dalle parti nei casi in cui gli stessi potranno condurre a una assimilazione di fattispecie contrattuali giuridicamente distinte; pertanto «la cessione totalitaria di quote non può essere assimilata a una cessione d’azienda».

Questo è il principio che emerge dalla sentenza n. 1358/2018 della Ctp Milano depositata il 27 marzo.

Motivazioni

La norma applicata è l’art. 20 del DPR 131/1986 che stabilisce che l’imposta di registro “è applicata secondo la intrinseca natura e gli effetti giuridici degli atti presentati alla registrazione” e la riqualificazione risponde ad una tendenza ormai ricorrente dei verificatori.
Poiché la norma non specificava se ai fini della riqualificazione l’interpretazione degli atti dovesse avvenire sulla base degli effetti giuridici o su quelli economici, dottrina e giurisprudenza si sono lungamente divise al riguardo.

La dottrina maggioritaria riteneva dovessero essere presi in considerazione i soli effetti giuridici dell’atto mentre, secondo la prevalente giurisprudenza della corte di cassazione, la nonna avrebbe permesso di qualificare gli atti portati alla registrazione secondo la causa concreta economica degli stessi nonostante l’articolo 20 limiti chiaramente l’indagine agli effetti giuridici.

Detto ciò, ritiene questo Giudice, aderendo alla prima delle due tesi, che se il sistema offre più percorsi alternativi e tutti questi percorsi risultano legittimi il contribuente è libero di scegliere quello fiscalmente meno oneroso a prescindere dalla sostanza economica sottostante; sicché, per ritenere legittima la riqualificazione, non basta il solo scopo di recupero del gettito (attribuendo peraltro alla norma una connotazione antileusiva che non le è propria, senza magari dare al contribuente nemmeno le relative garanzie di difesa) ma occorre che gli Uffici, da un lato, rispettino il limite del legittimo risparmio d’imposta codificato dal comma 4 dell’art. 10-bis dello Statuto del Contribuente, che non può portare a veicolare la tassazione attraverso una forma giuridica diversa da quella utilizzata, se questa risulta legittima; dall’altro, che tengano conto e valutino la linearità o meno dei comportamenti dei contribuenti.

E queste valutazioni portano a ritenere che, nel caso considerato, la riqualificazione non sia francamente condivisibile avendo, in particolare, le ricorrenti ben spiegato e documentato le vicende che hanno portato ai contratti tra loro stipulati e le ragioni che ostano al loro inquadramento come operazione nel complesso unitaria, trattandosi tra l’altro di atti stipulati in un periodo piuttosto lungo (e già di per sé poco compatibile con la teoria unitaria dell’Ufficio) compreso tra il 2010 ed il 2017 (atto di cessione di quote che ha portato all’avviso impugnato).

Ma se anche ciò non bastasse, portata dirimente ai fini della decisione deve attribuirsi alla nuova formulazione dell’art. 20 del DPR 131/1986 introdotta dall’inizio del 2018 allo scopo di definire la portata della previsione normativa.

La modifica, ancorché la norma non sia stata poi rubricata dal legislatore come norma interpretativa, è stata introdotta infatti, per come risulta espressamente dalla relazione accompagnatoria alla L. 205/2017 proprio per dirimere alcuni dubbi interpretativi in merito alla sua portata applicativa, resi evidenti anche dai contrasti giurisprudenziali in materia ed ha stabilito che l’art. 20 del TUIR deve essere applicato per individuare la tassazione da riservare al singolo atto presentato alla registrazione prescindendo da elementi interpretativi esterni allo stesso, dalle disposizioni contenute in altri negozi giuridici “collegati” con quello da registrare o dagli interessi oggettivamente e concretamente perseguiti dalle parti nei casi in cui gli stessi potranno condurre ad una assimilazione di fattispecie contrattuali giuridicamente distinte (non potendosi ad esempio la cessione totalitaria di quote essere assimilata ad una cessione di azienda).

Dal che deriva, in conclusione, che quando l’indagine, a fini impositivi, sugli effetti economici ultimi raggiunti voglia deviare rispetto agli effetti giuridici degli atti registrati, allora bisognerà ricorrere non all’art. 20 del TUIR ma all’art. 10-bis dello Statuto del Contribuente in materia di anti-abuso, fermo restando in capo all’Amministrazione Finanziaria l’onere di tenere in considerazione tutte le tutele ivi previste a favore del contribuente e delle operazioni economiche da questi intraprese.

I contrasti giurisprudenziali e la novità della controversia alla luce della nuova formulazione dell’art. 20 del TUIR giustificano l’integrale compensazione delle spese di lite tra le parti.

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