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La sentenza d’appello non può rinviare acriticamente al ricorso

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La sentenza motivata “per relationem“, mediante mera adesione acritica all’atto d’impugnazione, senza indicazione né della tesi in esso sostenuta, né delle ragioni di condivisione, è affetta da nullità, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 4, c.p.c., per violazione dell’art. 132, comma 2, n. 4, c.p.c., in quanto corredata da motivazione solo apparente» (Sez. 5, Sentenza n. 20648 del 14/10/2015, Rv. 636648).

Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n.15981/2017 del 27 giugno 2017.

Motivazioni

La sentenza impugnata contrasta all’evidenza con tutti tali principi di diritto.

Anzitutto perché nella sua motivazione si fa riferimento meramente apodittico ed inautonomo ai motivi di appello principale addotti dall’Agenzia delle entrate, ufficio locale, non potendosi considerare diversamente la mera indicazione degli elementi indiziari basanti l’avviso di accertamento impugnato, senza alcuna considerazione argomentativa logica, fattuale e giuridica in ordine ai medesimi.

Peraltro, relativamente all’elemento indiziario principale e diretto utilizzato dall’Ente impositore ossia il calcolo delle bottiglie vendute in asserita evasione d’imposta, il giudice di appello ha totalmente omesso ogni valutazione circa l’efficacia probatoria delle contro prove documentali prodotte dai contribuenti, specificamente riguardanti il numero di tappi acquistati nell’annualità fiscale de qua.

Per tali ragioni, la motivazione della sentenza stessa risulta quindi non soddisfare lo standard del “minimo costituzionale” enucleato dalle SU di questa Corte, con la citata pronuncia interpretativa della novella dell’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ.

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