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Residenza Fiscale: La sede principale della propria attività prevale sulle relazioni affettive

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Residenza Fiscale: La sede principale della propria attività prevale sulle relazioni affettive - iltuotributarista

Per la Cassazione sentenza n. 6501 depositata il 31 marzo 2015 la presunzione di residenza fiscale in Italia del soggetto trasferito in un Paese a fiscalità privilegiata può esser vinta dimostrando di avere, all’estero, la sede principale della propria attività, passando in secondo piano le relazioni affettive e familiari.

La pronuncia in commento riguarda un cittadino elvetico che aveva la cittadinanza italiana, iscritto all’AIRE già nel 1978, in applicazione dell’art. 2 comma 2-bis del TUIR, l’Agenzia riteneva di poter presumere la residenza fiscale italiana del soggetto in questione, in quanto trasferito in un Paese a fiscalità privilegiata, potendo, così, assoggettare ad imposizione in Italia i compensi percepiti quale amministratore unico di una società a responsabilità limitata, tuttavia, la Corte di Cassazione ha rigettato la tesi dall’Agenzia, confermando le pronunce delle Commissioni tributarie provinciale e regionale, che avevano negato la sussistenza della residenza fiscale in Italia, ritenendo che il soggetto avesse fornito prove idonee e vincere la presunzione di residenza in Italia.

In particolare, secondo la Regionale, il soggetto in questione aveva provato:
– di essere cittadino elvetico già dal 1976 con passaporto svizzero;
– di risiedere in Svizzera;
– di svolgere in Svizzera la propria attività di lavoro dipendente con contratto a tempo indeterminato che prevede un orario di lavoro di 8 ore giornaliere;
– di avere in Italia solo un immobile “locato ad uso archivio”.

La Suprema Corte, in primo luogo, ricorda che le regole per la determinazione della residenza fiscale sono definite dall’art 2 del TUIR, a norma del quale, ai fini delle imposte sui redditi, sono considerati residenti in Italia coloro che, per la maggior parte del periodo d’imposta, alternativamente:
– sono iscritti nelle anagrafi comunali della popolazione residente;
– hanno il domicilio nel territorio dello Stato, ovvero, secondo l’art. 43 comma 1 c.c., hanno stabilito in Italia la sede principale dei propri affari e interessi;
– hanno la residenza nel territorio dello Stato, ovvero, ai sensi dell’art. 43 comma 2 c.c., hanno in Italia la dimora abituale.

La tesi dell’Agenzia delle Entrate, che si basava su una disposizione antielusiva, prevista dal comma 2-bis dell’art. 2 del TUIR, secondo cui i cittadini italiani cancellati dalle anagrafi della popolazione residente e trasferiti in Paesi a fiscalità privilegiata si considerano residenti in Italia, salvo prova contraria, è stata superata, in quanto, precisa la Corte: “perché possa essere esclusa la residenza fiscale italiana di tali soggetti, è necessario che essi forniscano la prova di risiedere effettivamente nel Paese in cui si sono trasferiti”.
Tale prova, secondo la Corte, è stata fornita dimostrando di avere fuori dall’Italia la “sede principale dell’attività” ed in tale ottica, le relazioni affettive e familiari non hanno una rilevanza prioritaria ai fini probatori della residenza fiscale, venendo in rilievo solo se uniti ad altri criteri probatori, per questo motivo – conclude la Corte – “la Commissione regionale ha fornito una motivazione congrua, dando il giusto rilievo agli elementi probatori indicati, che hanno consentito di vincere la presunzione di residenza in Italia”.

Fonte Eutekne

La sentenza Sez. V del 21-01-2015 n. 961: dice “IL REDDITO VA DICHIARATO DOVE IL CONTRIBUENTE HA GLI INTERESSI FAMILIARI”.

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