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Sentenza non firmata: nullità sanabile

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Sentenza non firmata: nullità sanabile - iltuotributarista.it

L’omessa sottoscrizione della sentenza da parte del giudice o, nel caso di pronuncia emessa dal giudice collegiale, da parte di uno dei magistrati tenuti a sottoscriverla ai sensi dell’art. 132 cod. proc. civ., determina, nel caso in cui l’impedimento del magistrato non risulti menzionato ai sensi del terzo comma dell’art. 132 cit., la nullità insanabile della sentenza medesima, dovendosi escludere sia l’applicabilità del procedimento di correzione degli errori materiali, sia la possibilità di distinguere tra omissione intenzionale ed omissione involontaria, provocata da  errore o dimenticanza (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 12167 del 26/05/2009). Nel caso di specie, la S.C. ha cassato una sentenza della Commissione Tributaria Regionale che risultava sottoscritta esclusivamente dal relatore e non dal presidente del collegio, disponendo la rinnovazione del procedimento d’appello.

Questo il contenuto della Sentenza n. 23821 pubblicata il 20 novembre 2015.

La CTR di Genova ha respinto l’appello dell’Agenzia contro la sentenza n.157/05/2007 della CTP di La Spezia che aveva accolto il ricorso di un contribuente confermando l’annullamento del diniego di rimborso di IVA relativa all’anno 1993.

L’Agenzia ha proposto ricorso per cassazione, tra i motivi, la parte ricorrente evidenzia che la sentenza di appello risulta priva della sottoscrizione del presidente ed è perciò da dichiarare nulla.

Per la Cassazione il motivo è fondato e deve essere accolto per i seguenti motivi.

Sul punto conviene richiamare la recente decisione di Cass. S.U. Sentenza n. 11021 del 20/05/2014, secondo la quale: “La sentenza emessa dal giudice in composizione collegiale priva di una delle due sottoscrizioni (del presidente del collegio ovvero del relatore) è affetta da nullità sanabile ai sensi dell’art. 161, primo comma, cod. proc. civ., trattandosi di sottoscrizione insufficiente e non mancante, la cui sola ricorrenza comporta la non riconducibilità dell’atto al giudice, mentre una diversa interpretazione, che accomuni le due ipotesi con applicazione dell’art. 161, secondo comma, cod. proc. civ., deve ritenersi lesiva dei principi del giusto processo e della ragionevole durata“.

Nella ora menzionata sentenza, le Sezioni Unite hanno rilevato che (con riferimento allo specifico caso sottoposto all’attenzione, in cui la originaria nullità della sentenza era stata direttamente sanata dal collegio con l’adozione di una nuova sentenza compiutamente sottoscritta) ”un’interpretazione che sancisse la nullità assoluta della sentenza priva di una delle due sottoscrizioni sarebbe un formidabile vulnus alla ragionevole durata del processo ma – al tempo stesso – sarebbe una ferita aperta allo stesso principio del giusto processo, perché si annullerebbe una sentenza conforme al giusto processo (a meno che ovviamente non vi siano altri vizi: ma questa è prospettiva che non ci riguarda). Edavvero difficile immaginare un’interpretazione che – in un colpo solo ferisca giusto processo e ragionevole durata. La distinzione, invece, tra mancanza e insufficienza della sottoscrizione schiva tutti questi inconvenienti e ripristina la razionalità del sistema: non si può rispondere a quello che è secondo criteri di normalità – un banale errore di dimenticanza con una reazione così spropositata come la nullità assoluta Occorre una rispondenza logica – cioè una proporzione – tra azione e reazione: all’errore per dimenticanza si reagisce col meccanismo della nullità sanabile, cioè dell’art. 161 c.p.c., comma 1. La nullità c’è perché la fattispecie processuale concreta non è conforme al tipo normativo in quanto un elemento strutturale di essa -pur essendoci- è difettoso. Ma si tratta di un vizio emendabile, nel senso che la mancata proposizione del motivo di impugnazione da luogo ad una fattispecie processuale alternativa – normativamente prevista dall’art. 161 c.p.c., comma 1 – equipollente a quella tipica ed idonea al raggiungimento dello scopo“.

Consegue che anche nella specie di causa sarà compito del giudice del rinvio non già l’integrale rifacimento del processo al fine di adottare una nuova pronuncia, ma la semplice rinnovazione dell’attività decisoria consistente nell’emanazione di una nuova sentenza, alla luce delle emergenze del processo già svoltosi.

Perciò è da ritenere che la pronuncia impugnata meriti di essere cassata, con conseguente rinvio alla medesima CTR, affinchè provveda al rinnovo dell’esame ed alla adozione di una nuova pronuncia. Pertanto, si ritiene che il ricorso possa essere deciso in camera di consiglio per manifesta fondatezza.

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